Davide Ronchieri

Davide Ronchieri, classe 1965, segno zodiacale pesci, datore luci e operatore di consolle.
Nato professionalmente dalla fucina del teatro, poi preso in prestito dal “live” e dalla televisione.
Nel 1999 ha aperto con Sonia Del Freo un suo service, la Freedom, che opera con successo sul territorio nazionale.

A Davide abbiamo chiesto quale sia la sua idea di luce, nello spettacolo.

Come dicevi giustamente, io vengo da una tradizione che è quella teatrale, con una formazione di stampo francese. “L’eclairagiste” , come dicono per l’appunto i francesi, è il mezzo che sta tra gli occhi dello spettatore e la scena.
Questo non significa semplicemente che deve rendere visibile la scena, ma che deve svelare allo spettatore atmosfere, stati d’animo, tensioni ed emozioni che sulla scena prendono vita.
Questo principio fondamentale credo che sia applicabile indifferentemente al teatro, al live, così come alla televisione o al cinema.
Questo è quello che cerco di fare quando lavoro, sempre con l’umiltà di chi si deve rapportare ad altri soggetti creativi, ai quali spesso spetta la paternità complessiva di uno spettacolo o di un evento.
Un ruolo importante nella mia formazione, in questo senso, lo ha giocato l’incontro nel 1994 con Carmelo Bene. Ho continuato a chiamare Carmelo Maestro, suo malgrado, per diversi anni, proprio perché in lui ho incontrato l’unico vero maestro della mia carriera.
Lavorare con lui è veramente come stare a bottega, esattamente come accadeva nel Rinascimento Italiano. Ogni scena viene descritta come un dipinto a sé stante, con precisi riferimenti alla storia dell’arte, da Caravaggio ai Fiamminghi, e ogni proiettore diventa una pennellata di quel quadro.
Direzione, intensità, colore e forma della luce stanno distesi su una tavolozza virtuale pronti a riprodurre con rigore e precisione ogni minima sfumatura emotiva, di quel capolavoro che Carmelo Bene crea con la sua voce.
Questo metodo di lavoro l’ho riproposto con le dovute correzioni, nel “live”, così come nei lavori televisivi.

Come è stato possibile riportare alla televisione un metodo pittorico di “dare la luce”?

Ho avuto la fortuna, un anno e mezzo fa, di incontrare Video Italia, l’emittente via satellite dell’omonima celebre radio, con la quale collaboro come direttore della fotografia (Oltre che come proprietario del service).
Il regista di Video Italia, Eugenio Bollani, ha trovato le mie idee consone al suo modo di riprendere i concerti, e così abbiamo cominciato a lavorare su un tipo di immagine fortemente chiaroscurale, senza vincoli di “schermo pieno”.
In Italia c’è questa brutta abitudine, per fortuna in declino, di dover a tutti i costi riempire il teleschermo in ogni suo angolo.
Io trovo che il formato del televisore sia veramente brutto.
E’ una sorta di quadratone allungato, né carne né pesce (si è mai visto un quadro con quelle proporzioni?).
Spezzare questa geometria è stato uno dei successi maggiori che con Eugenio Bollani, siamo riusciti a raggiungere.
Immagini di quinta con buona parte di sfondo nero, diagonali di luce a metà schermo, disegni asimmetrici … insomma abbiamo sperimentato e stiamo sperimentando con un buon successo.
I riscontri sono arrivati anche dagli artisti stessi: Gianni Morandi, Matia Bazar, Pooh, Enrico Ruggeri e tanti altri hanno apprezzato il lavoro fatto in occasione del grande concerto di Prato della Valle a Padova, il 30 aprile scorso, così come quello del Meeting dell’Amicizia di Rimini.
Più difficile è proporre un modo analogo di lavorare quando mi trovo a collaborare con direttori della fotografia della Rai, che hanno un modo di dare la luce più “standardizzato”, dove i cosiddetti bianchi televisivi hanno quasi sempre la prevalenza e gli spazi di ricerca sono molto limitati”.

Che rapporto hai con le nuove tecnologie, cosa hanno portato secondo te di buono nel lavoro?

Io sono un grande fagocitatore di tecnologie. Ho iniziato a lavorare con gli scanner come sono apparsi sul mercato.
Ho familiarizzato con la console dell’Avolites, il Pearl, dalla sua prima edizione nel ’96, di ogni strumento tecnico cerco di avere la massima padronanza e conoscenza, sia delle possibilità che dei limiti.
Il Pearl, in particolare è una macchina che amo molto. Estremamente versatile, è come creta sotto le dita e contiene quasi tutte le soluzioni ai problemi di un operatore, in tempi più che rapidi.
E’ innegabile che i proiettori a testa mobile, così come le nuove consolle, abbiano aperto un nuovo mondo alla luce nello spettacolo, ma credo che il loro avvento abbia anche creato un grosso rischio: quello di dare più importanza alla macchina che alla luce.
Mi spiego meglio. Non credo, per esempio, che siccome un proiettore ha la possibilità di dare N colori diversi, un datore luci debba utilizzare tutti i colori di quel proiettore in uno spettacolo. Lo strumento tecnico deve essere funzionale ad una creazione che ha la sua ragion d’essere nella regia complessiva dello spettacolo.
Oggi non si mette in scena spettacolo musicale che non abbia la sua dotazioncina di teste mobili, magari in ambientazioni musicali di tipo cantautorale o jazzistico.
Ho visto teste mobili girare all’impazzata, cambiando colore ogni misura musicale, quando non se ne sentiva proprio l’esigenza. Meglio allora, molto meglio, 20 sagomatori, bianchi e immobili, giocati magari su crossfade lentissimi, con cambi di direzione appena percettibili, dal taglio al controluce, dalla pioggia, al frontale, piuttosto che la “pizza margherita” a tutti i costi.
Credo che in Italia, in alcuni casi, manchi ancora molto la cultura della luce, lo studio della storia dell’arte, ma anche la semplice osservazione dei fenomeni naturali.

Non penso di essere un marziano, credo che la possibilità di stupire il pubblico di uno spettacolo musicale o teatrale sia ormai ridotta ai minimi termini già da qualche anno.
Dopo centinaia di concerti dei Pink Floyd o dei Genesis, non resta molto da dire in questi termini. Eppure ancora si va a caccia di novità strabilianti, modello luna park.
Penso che la vera sfida del nuovo millennio sia riuscire ad affascinare il pubblico, a trascinarlo in un sogno dal quale si risvegli fuori dei cancelli dello stadio, ancora un po’ stordito, senza capirne bene il perché … è un’impresa ciclopica! Che si scontra soprattutto con le esigenze delle produzioni, che hanno raggiunto ormai tempi inesistenti, ridotti all’osso; ma è l’unica strada possibile”.

Ci sentiamo di condividere pienamente le osservazioni di Davide e ci auguriamo, anzi, che le sue parole possano servire a far riflettere quei datori luci che spesso sono troppo presi dalla frenesia di far “frullare” scanner e forcelle…

ZioGiorgio

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