Vittorio Storaro

L’Accademia di Belle Arti di Macerata ha consegnato a Vittorio Storaro, Presidente Onorario dell’Accademia della Luce, Maestro della fotografia cinematografica, il “Premio Svoboda, al talento artistico e creativo”.
Nella motivazione si legge: “per gli alti meriti artistici acquisiti da Storaro nella ricerca dell’immagine, in particolare nella produzione cinematografica, e per i significativi contributi concettuali ed operativi da lui forniti nell’area della scrittura della luce”.
Per Storaro è il terzo titolo Honoris Causa, essendo già stato riconosciuto Dottore in Sociologia dall’Università di Urbino (2005) e Dottore in Cinematografia dalla famosa scuola di cinema di Lodz (Polonia, 2001); tre riconoscimenti che Lui ama accostare a tre periodi specifici della Sua vita, simbolicamente associati a tre grandi maestri (Bernardo Bertolucci, Francis Coppola, Warren Beatty), cui ha in passato dedicato ciascun capitolo della Sua trilogia “Scrivere con la luce”, e con i quali, tra l’altro, ha vinto tre premi Oscar, rispettivamente con “L’ultimo Imperatore” (1988), “Apocalypse Now” (1980) e “Reds” (1982).
Il grande Maestro, ora Accademico in quanto parte del corpo docente dell’Accademia di Macerata, ha tenuto la Lectio Magistralis su: “Luce e Ombra in Caravaggio”, un omaggio al pittore del Seicento che ha segnato profondamente l’opera di Storaro. Tema scelto anche a seguito della Sua recente collaborazione al film televisivo in due parti, dal titolo “Caravaggio” per la regia di Angelo Longoni.

Questo Seminario di Studio fa parte di un ciclo di incontri (gratuiti e aperti al pubblico), del Ma.Li.De. (Master in Light Design), organizzato da L’Accademia della Luce e l’Accademia di Belle Arti di Macerata, con il patrocinio dell’AIDI.

Intervista a Vittorio Storaro, a cura di Francesca Calani

ZioGiorgio.it: quali sono i principali insegnamenti che Lei ha tratto dall’opera di Caravaggio e quali sono i punti di contatto tra “due visionari” della filosofia dell’immagine come voi?

Vittorio Storaro: io mi sento qualcuno che si esprime con la luce, scrivendo delle storie (letteralmente, la parola foto-grafia, significa scrivere con la luce). Caravaggio utilizzava la pittura e quindi l’immagine per raccontare delle storie; l’immagine è formata dalla luce, e la luce ha sempre e comunque un rapporto con la sua compagna, come io la chiamo, che è l’ombra.

In tutte le simbologie, questi due elementi, l’ombra e la luce, hanno una presenza molto specifica, molto forte su quello che è il nostro cosciente e quello che è il nostro inconscio. La luce ci fa vedere, l’inconscio ci fa nascondere, ci fa mettere in privato alcune cose.
Caravaggio, utilizzando probabilmente di più l’oscurità e quindi la parte più nascosta di se stesso, scolpendoci sopra con un bisturi luminoso, che è la luce, tirando fuori delle figure, dei personaggi, in realtà ha lasciato un chiaro segno dell’indagine che lui faceva in se stesso, mostrando, raccontando delle storie.
Un po’ come Michelangelo con la scultura, Caravaggio riesce a fare una pittura che sembra a rilievo, cioè dall’oscurità escono questi personaggi che hanno una prospettiva in se stessi; sembra che ci saltino agli occhi, con le loro storie, emozionandoci.
Quando ho visto la “Vocazione di San Matteo”, ho avuto come una rivelazione che avvalorava il mio lavoro e ho iniziato a cercare di capire il significato di ciò che Caravaggio era riuscito a fare in pittura e come io potessi farlo in cinematografia. Questo è stato un po’ il senso della mia vita.
Caravaggio sicuramente è stato un grande visionario, un rivoluzionario, la più alta scuola di cinema italiano, forse è uno dei più grandi personaggi che sono riusciti tramite la pittura a raccontare la propria vita, come ognuno di noi fa.
Lui ha cercato, anche inconsciamente credo, di capire se stesso tramite la pittura, io sto cercando di capire me stesso tramite la cinemato-grafia.

ZioGiorgio.it: ha da poco firmato la fotografia del film televisivo “Caravaggio” di Angelo Longoni.
Cosa si prova a ricreare la dimensione visionaria di Michelangelo Merisi?

Vittorio Storaro: noi italiani, europei, viviamo in ambienti densi di opere d’arte, in una forma architettonica, scultorea e pittorica cui siamo abituati.

Magari non sappiamo se sia barocca o rinascimentale, se sia un quadro di Giotto o di Pinturicchio, ma in realtà queste immagini ci nutrono da sempre. Sin da quando sono stato concepito ho sentito queste vibrazioni e le ho portate con me, non credo di aver inventato nulla; sin da “Giordano Bruno” del 1972 o “Addio, fratello crudele” del ’71, non conoscevo ancora Caravaggio, ma mi veniva naturale, sul piano emotivo, usare luci e ombre per raccontare delle storie.

Questo film, che si chiama proprio “Caravaggio”, prodotto dalla Titania Produzioni, cioè da Ida Di Benedetto e diretto da Angelo Longoni, con un interprete fantastico che è Alessio Boni, è un progetto che mi ha dato l’energia per ricercare, studiare quella che è stata la sua vita e il perché ha fatto certe cose.
Per questo motivo è stato un progetto che ho atteso per tanto tempo. Con Ida Di Benedetto ne abbiamo parlato per sette anni.
In realtà è stata un’operazione molto naturale, come è sembrato naturale alla Rai, a Ida Di Benedetto, ad Angelo Longoni, che chi poteva illuminare il film “Caravaggio” fosse Vittorio Storaro.

ZioGiorgio.it: in qualità di “Ambasciatore di Roma”, titolo di cui è stato insignito dal sindaco Walter Veltroni, come è messa la situazione italiana della cultura della luce confrontata con la realtà internazionale?

Vittorio Storaro: la bellezza del cinema è che l’opera si può vedere in tutto il mondo, perché gli schermi sono uguali ovunque. Lo standard di un film permette uno scambio di cultura a livello internazionale e credo che questo sia fondamentale: insegnare ed imparare.
Nel tempo, il cinema italiano si è evoluto individualmente e dal secondo dopoguerra il neorealismo ha dato una grande scossa al cinema mondiale; a sua volta si è poi alimentato della conoscenza tecnologica del cinema americano, che ha sopraffatto l’industria mondiale.
Negli anni ’60 vi è stata una grande rivoluzione culturale cinematografica, trainata dalle esperienze della Nouvelle Vague francese, del nuovo cinema italiano, di quello inglese, ecc.
Il cinema americano era cresciuto in una struttura purtroppo industriale e aveva perduto una certa identità e queste sono parole di Coppola, di Scorsese, di Spielberg.
Per questo hanno importato in America molti talenti europei: io, Giuseppe Rotunno, Carlo Di Palma, siamo stati i primi che fanno cinematografia, ad essere stati chiamati in America. Nino Rota e Morricone come musicisti; abbiamo Dante Ferretti, Nando Scarfiotti nella scenografia e Milena Canonero nei costumi; Dante Spinotti, che proprio adesso è a Los Angeles.
Sul piano luministico, negli anni ’70 europei come Sven Nykvist, svedese che faceva film di Bergman, Nestor Almendros, Vittorio Storaro, Giuseppe Rotunno, John Alcott, inglese, e compagnia, hanno cambiato una visione.
La nuova generazione americana si è giustamente nutrita della cultura europea, immettendola nell’industria americana con risultati straordinari: guardiamo Robert Richardson, che ultimamente ha fatto “The Aviator” o “The Good Shepherd” e tanti altri colleghi.
Io ho esportato in “Apocalypse now” la mia cultura imparata dal cinema italiano, in particolar modo con Bertolucci, e ho importato ne “L’ultimo imperatore” la lezione americana del cinema di Coppola e di Warren Beatty.
Il cinema europeo ha insegnato agli americani una concezione dell’illuminazione più credibile, non usiamo più i ponti luce con le luci appese sui soffitti, usiamo le finestre, usiamo le luci dal vero. Però adesso i film americani sono più o meno tutti uguali, con una grande libertà negli effetti speciali e nel fare cose rocambolesche.
Il concetto che credo ancora manchi, e in questo credo di essere un po’ leader, è che, qualsiasi cosa facciamo, non basti imparare uno schema; credo che tutti noi, tutti i miei colleghi e particolarmente la nuova generazione, dobbiamo cercare di appropriarci dei significati, cioè dobbiamo capire e sapere che se si mette una luce, un’ombra, un colore, quello comunque dà una certa emozione allo spettatore, che è ciò che io ho scritto nella trilogia “Scrivere con la luce”.

ZioGiorgio.it: più volte ha denunciato la mancanza, in Italia e nel mondo, di un’università dell’immagine che educhi non solo alla coscienza tecnologica, ma anche alla filosofia della visione (i significati delle cose).

Vittorio Storaro: quello di cui mi sono reso conto, quando ho iniziato la professione, è che le scuole, gli istituti, le accademie, in genere cinematografiche, istruiscono ed educano professionisti come me solo in un modo tecnologico. Il cinema, che infatti viene nominata “decima musa”, si nutre delle altre nove arti.
Soprattutto in quest’epoca moderna in cui le nuove tecnologie ci portano ad una sempre più rapida evoluzione del modo espressivo, non possiamo considerare soltanto l’aspetto tecnico senza conoscere i significati di queste cose.
Quello che è mancato a me è stato questo, e così a tanti colleghi. Io ho cercato di colmarne il vuoto da autodidatta, leggendo, ascoltando: proprio questo mi ha dato la forza, la volontà di ideare e formare con Gabriele Lucci l’Accademia dell’Immagine dell’Aquila.
Il concetto dell’Accademia dell’Immagine originariamente era proprio di educare i giovani in un modo più ampio, nelle arti, perché devo almeno conoscere quel minimo indispensabile di nozioni che mi permettano, utilizzando la luce, di esprimermi in un modo più cosciente. Ho insegnato per dieci anni in quella scuola, poi onestamente sono talmente tante le cose che sto cercando di portare avanti, che non ho più il tempo di far tutto; una volta avviata, strutturata e fondata, credo che possa camminare da sola.
Nella trilogia “Scrivere con la luce” ho scritto tutto quello che insegnavo all’Accademia e i libri si possono trovare in tutto il mondo. Oggigiorno sono tradotti in italiano e in inglese, ne è stato già tradotto uno in spagnolo e così sarà presto per gli altri due.

Adesso devo dedicarmi ad altro, ma spingo per questo tipo di conoscenza nelle arti: questo è fondamentale.

Sto scrivendo il quarto volume su “Le Muse” che sono un po’ le ispirazioni del mio modo di esprimermi sul piano creativo.

ZioGiorgio.it: questo libro sarà il completamento del percorso didattico intrapreso con la trilogia “Scrivere con la luce”?

Vittorio Storaro: no, non è il completamento, ma un proseguimento: in realtà ogni libro si riferisce a un percorso che ho fatto, una parte di vita in cui ogni volta che ho creduto di avere esaurito la mia ricerca individuale e professionale, ho sentito il bisogno di fermarmi, riprendere i miei studi, per poi ripartire per un altro percorso.
Questo è accaduto da “Giovinezza, giovinezza” fino a “Apocalypse now” con lo studio sulla luce, da “La Luna” di Bertolucci fino a “L’ultimo imperatore” con i colori, con il rapporto con gli elementi in tutto quello che è stato il terzo periodo fino al “Piccolo Buddha” sempre di Bertolucci, e poi tutto questo ultimo percorso molto legato per esempio a Carlos Saura, fa parte delle ispirazioni creative, cioè “Le Muse”.

ZioGiorgio.it: lei ha dimostrato che anche la tecnologia può essere influenzata dalle arti figurative, ispirandosi a “Il cenacolo” di Leonardo da Vinci per proporre il 18:9 come formato cinematografico ottimale.

Vittorio Storaro: esattamente: in quest’opera Leonardo tenta di raccontare quel momento della vita di Gesù, usando un senso pittorico e architettonico dentro il dipinto stesso per dare l’equilibrio.
Quest’opera ha una tale forza di equilibrio, che sono andato a misurarne il formato: era veramente una proporzione verticale per due proporzioni orizzontali. Allora ho capito che poteva essere esattamente il punto di equilibrio giusto tra il formato cinematografico, che andrebbe leggermente ridotto perchè è un po’ più di 1:2, e il formato televisivo, che ha una proporzione di 16:9 e che andrebbe un po’ ampliato per comporsi a 18:9.
Ho sposato questa sua idea, l’ho immessa nel cinema e la sto portando avanti da dieci anni: mi rifiuto di girare i film, se non in questa proporzione.
Ho ideato con mio figlio Fabrizio questo sistema che si chiama Univisium: un nuovo formato che si propone come universale, per poter avere la stessa composizione dell’immagine, sia al cinema che in televisione; per rispettare la volontà dei co-autori che tuttora vedono alterare e amputare la propria opera cinematografica, ogniqualvolta venga messa su uno schermo televisivo, ma anche per rispetto del pubblico che ha il diritto di vedere e udire l’opera come è stata ideata originariamente.

ZioGiorgio.it: in seguito alla sua recente nomina a Presidente Onorario dell’ “Accademia della Luce” e in qualità di “Ambasciatore di Roma”, cosa pensa della qualità dell’illuminazione delle nostre città?

Vittorio Storaro: purtroppo l’Italia è uno dei paesi più bui a confronto del resto dell’Europa e del mondo; la situazione si sta pian piano evolvendo, ma purtroppo molto lentamente.
Mia figlia Francesca è architetto e lighting designer e in un certo senso prosegue la mia visione, si è appassionata a questo concetto artistico di illuminare l’architettura classica e cerca di utilizzare la luce proprio per raccontare, non soltanto per vedere dove si mettono i piedi. Come ad esempio raccontare con la luce la storia di quel palazzo sul piano architettonico e la storia sul piano umano, perché è stato costruito, chi lo abitava e così via.
È un processo molto lento, a causa dei blocchi mentali da parte dei sovrintendenti, che sono fondamentalmente molto ignoranti in questo campo; e quindi credo che l’Accademia della Luce e l’ AILD (Associazione Italiana Lighting Designers) potranno portare un importante contributo nel preparare sempre meglio le nuove generazioni, verso conoscenze più specifiche, non soltanto tecnologiche. Un progetto illuminotecnico deve tener conto di molti fattori, tra cui il rispetto degli ambienti, quindi l’inquinamento luminoso, nel rispetto anche della natura. Ad esempio per illuminare una chiesa a Locarno, io e Francesca abbiamo considerato in fase progettuale come non disturbare una razza di pipistrelli molto rara, che per un eccesso di luce avrebbero potuto anche estinguersi.
Insomma è necessario fare un’analisi approfondita e poi illuminare in modo tecnologico per rilevare la struttura architettonica, ma in un modo poetico e filosofico nel rispetto del significato di quel luogo. Questo va insegnato a tutti questi giovani.

ZioGiorgio.it: attualmente sta lavorando sul set di “Io, Don Giovanni” di Carlos Saura, che Lei ha indicato come Sua quarta guida. Quindi si rinnova la Vostra collaborazione…

Vittorio Storaro: stiamo proseguendo questa bellissima collaborazione con Carlos Saura, è la quinta opera che facciamo assieme. Lui è una persona molto saggia e un grande esteta con un senso dello spazio e delle immagini fantastico. Io credo di avere importato un rapporto con i colori nel suo mondo di grande fotografo che, in quanto tale, ne aveva una visione bianco e nero.
Ci troviamo umanamente in tale armonia, che abbiamo già fatto una prima parte del Don Giovanni; adesso, a giugno, dovremmo riprendere la seconda parte di quella che mi sembra un’opera straordinaria.
Quindi passo dallo studio su Michelangelo Merisi nel film “Caravaggio” allo studio su Lorenzo Da Ponte e Mozart in “Io, Don Giovanni”. Spero che ci siano altre opere su poeti, filosofi, musicisti, ecc., perché è la cosa che mi piace di più in assoluto: lo studio sui visionari.

info: www.lighteducation.com

Francesca Calani.

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