EarthWorks TC30

Le premesse:

Una prova sicuramente tanto interessante quanto divertente per il sottoscritto.
Devo dire che la curiosità, che già aveva destato in me questa marca di microfoni, è aumentata esponenzialmente nel momento in cui la Midiware mi ha gentilmente proposto di fare un test “sul campo” degli EarthWorks TC30.
Il modello in questione è il TC30 “for loud and quiet source” matched pairs, una coppia di microfoni a condensatore con diagramma polare omnidirezionale e risposta in frequenza, udite udite, da 9 Hz fino a 30 Khz!
Per dovere di cronaca macthed pairs significa una coppia scelta in cui i due microfoni hanno un comportamento in ripresa praticamente identico e con curve in risposta sovrapponibili. Già leggendo i dati dichiarati le domande che scaturiscono sono molte e le idee per le probabili applicazioni ancora di più…

Un altro dato che sicuramente ha destato il mio interesse è relativo alla sopportazione ai transienti che, come dichiarato dalla stessa casa produttrice, è di circa 150 dB SPL di picco.
Il modello dei TC30 in questione è infatti definito come “for loud and quiet source” proprio per sottolineare la capacità di sopportazione alle “cannonate” di dB SPL.
Un’altra serie con stesso diagramma polare è chiamata QTC series “for quiet source”, rendendo in questo modo il concetto abbastanza chiaro.
I microfoni da noi in prova risultavano adatti anche alla ripresa di strumenti con transienti decisi – “loud” – oltre le normali fonti “quiet”: tale dichiarazione è bastata per autorizzarmi a metterli sotto torchio per benino…

Con premesse del genere, almeno sulla carta, le situazioni in cui immaginare i microfoni insieme o singolarmente risultano veramente tante: riprese ambientali, over head per la batteria, cabinet di chitarra e basso, pianoforte, cori, voci, sezioni d’archi e chi più ne ha più ne metta.
Il divertimento è stato proprio quello di provarli in microfonazioni anche tra le più improbabili; coincidenza ha voluto che in questo mese il mio lavoro prevedesse sessioni di registrazioni in studio, lavori in teatro, concerti rock dal vivo: quale migliore occasione.

La confezione, al suo arrivo, si presentava con un aspetto molto professionale in un’elegante cofanetto in legno chiaro rivestito internamente da un materiale simil-velluto scuro.
L’alloggio dove trovano posto i microfoni è molto preciso e funzionale, quanto basta per trasportarli sempre in sicurezza, prenderli e riporli agevolmente.
Sempre nella confezione è inserita la manualistica di base e il foglio di certificazione, con tanto di numeri seriali della coppia scelta.

La tecnica:

Gli EarthWorks TC30, come si evince da quanto riportato nella manualistica, sono microfoni ad alta definizione che, come abbiamo visto, possono contare su risposte in frequenza che si estendono in una banda decisamente superiore e inusuale per la grande maggioranza degli altri microfoni simili.
Nel caso del modello specifico poi possiamo contare su di una resistenza ai transienti adatta ad ogni tipo di strumento e situazione.
Non meno importante però è la “coerenza nel tempo” della risposta che si traduce in una cattura sempre realistica e precisa del timbro e delle sfumature sonore dello strumento: la sigla TC sta proprio a significare “time coherent”.

A livello di costruzione possiamo individuare alcune scelte atte proprio ad ottenere la massima precisione possibile nella ripresa.
Per esempio osserviamo una capsula molto ridotta (dalla forma di una siringa quasi) all’interno della quale trova posto una membrana piccola che, proprio questo motivo, risulta sicuramente più veloce nel reagire ai transienti che non una membrana più larga.
A tal proposito si ricordi, con buona approssimazione, che una membrana più grande per questioni di inerzia risulterà meno reattiva nella risposta ai transienti. E’ pur vero anche che una membrana larga ha per contro caratteristiche di “colorazione” particolari, colorazioni che hanno fatto la fortuna di famosissimi microfoni…

Altri interessanti dati costruttivi su cui far riferimento per le eventuali applicazioni sono relativi al diagramma polare e alla già citata risposta in frequenza, self noise e sensibilità: andiamo per ordine.

La risposta in frequenza, stando ai dati forniti dal datasheet, si può considerare lineare in tutto l’ampio spettro preso in considerazione, che per il TC30 va da 9 a 30 Khz.

L’omnidirezionalità dei microfoni è pressoché assoluta nell’angolo giro con uno scarto di un paio di dB a 180° e solo su alcune frequenze. In effetti la risposta in frequenza sui vari assi di inclinazione del microfono, rispetto alla sorgente, è leggermente diversa a seconda della frequenza o del range di frequenze interessate. Nulla di strano.
Nel caso del TC30 una variazione sensibile e riscontrabile di tale differenza è nei pressi delle 18 khz in cui la perdita a 180° è giusto 2 o 3 dB, perdita causata dalla forte direttività di tali frequenze. Una capsula con un diametro decisamente piccolo però riesce a catturare anche quelle frequenze in cui la lunghezza d’onda sia altrettanto piccola: parliamo di frequenze alte.
Al di sotto dei 7 – 8 Khz, lasciando da parte le dichiarazione del datasheet, non ho riscontrato nessun cambiamento percettibile d orecchio della risposta in relazione all’angolo di inclinazione.

Il self-noise, definito come rumore a “riposo”, si attesta su valori assolutamente accettabili e dichiarati in 27 dB SPL il che fa presupporre la possibilità di adoperare il TC 30 anche in riprese di strumenti acustici solisti e con scarsa emissione (vedi chitarra classica).
Forse una registrazione di musica da camera con momenti di “piano” in volume molto deboli potrebbero rappresentare l’unica occasione in cui il TC30 possa trovarsi leggermente in crisi. Certamente un microfono che vanta valori di silenziosità adatti a qualsiasi applicazione di registrazione in studio fatta forse eccezione per il caso appena menzionato. Meriterebbe comunque una prova mirata…

Il dato relativo alla sensibilità conferma sulla carta le prime impressioni e cioè quelle di un microfono che necessita di un guadagno in preamplificazione basso. Il dato dichiarato di sensitivity di – 48 dBV/PA.

Le prove sul campo:

Come accennavo all’inizio fortuna ha voluto che i miei impegni prevedessero situazioni di lavoro disparate: ecco cosa ho combinato.
Volevo precisare che non ho esitato ad usare la coppia di EarthWorks nemmeno in ambito live, territorio in cui alcune volte i condensatori di un certo livello non sono proprio nel loro terreno migliore. Ed ecco i resoconti scaturite dalle mie prove e le relative sensazioni di utilizzo.

Come prima prova ho usato i TC30 come semplici over head per un set abbastanza standard di batteria in teatro.
La mia “paura” era dettata dal fatto che microfoni omnidirezionali (come over head tendenzialmente preferisco dei cardioidi) potessero riprendere troppo “ambiente” e catturare anche sorgenti indesiderate poste nei pressi della batteria col risultato di ottenere un mix confuso e con poca separazione tra le sorgenti.
Così non è stato, credo sia bastata un pò di attenzione in più nel disporre i vari strumenti sul palcoscenico evitando di mettere troppo vicino al set di batteria i cabinet di chitarra e basso che storicamente sono quelli che rompono più le scatole…(quando dicevano a me di abbassare l’amplificatore della chitarra mi scocciavo…N.d.R.)

I due EarthWorks arrivano dritti dritti tramite multicore a un banco digitale Mackie TT 24 che alimentava i microfoni stessi tramite phantom power (la 48v per i microfoni a condensatore).
La prima sorpresa è stata nella regolazione del gain, il segnale che arrivava al mixer era notevole senza un eccessivo adeguamento di gain, di gran lunga superiore ad altri microfoni che uso sovente in situazioni e in posizioni analoghe.
E’ bastato un leggero incremento di guadagno, lo sbilanciamento dei due canali tramite pan e una volta alzati i fader quello che usciva era già una batteria definita, con attacchi decisi e con componente di frequenze basse corposa.
Ho tagliato i due microfoni con un low-cut a 80 Hz proprio per non rinunciare troppo al colore che i microfoni restituiscono anche nella parte medio bassa e giusto per togliere qualche rimbombo pericoloso sempre in agguato al di sotto degli 80 Hz.
Qualche close micking “classico” sui vari fusti di batteria giusto per avere un po’ di dinamica in più e un po’ più di controllo sui vari pezzi e il gioco è fatto: pratica batteria archiviata!

Sempre trattando di batterie la seconda prova è stata fatta in studio (all’ House of Glass studio di Gianni Bini che colgo l’occasione di ringraziare N.d.R.) usando un solo TC 30 a un metro di altezza e a un metro di distanza dal set di batteria.
Il microfono passava in questo caso da un Focusrite RED 1, da un banco Amek per poi entrare tramite convertitori Digidesign su sequencer Pro-Tools 7.
Il passaggio sul Focusrite serviva per dare una compressione decisa al segnale dell’ Earthworks con lo scopo di ottenere qualche sonorità particolare pronta per essere mixata con tutto il resto del set della batteria.
Non si trattava di una vera microfonazione d’ ambiente, l’intento era proprio quello di avere a disposizione una traccia dal sound “particolare” e a rinforzo del mix generale del set, a patto di rispettare le fasi.
Ascoltando la traccia dell’ EarthWorks in solo ci siamo resi subito conto come il suono fosse completo, definito e ricco di armoniche, complice anche la compressione che “pompava” ulteriormente il tutto.
Sulle frequenze alte è facilmente apprezzabile la qualità cristallina di questi traduttori, in special modo sulla coda dei piatti. Nella fattispecie nel finale della forma d’onda dei piatti non si sente mai quell’effetto “gate” nel decadimento in cui il suono spesso tende a confondersi, scurirsi, perdere di definizione o addirittura a “smorzarsi” di livello in maniera brusca e innaturale.
Quello che si apprezza in maniera lampante è questa dote di linearità nel tempo, traducibile in una certa “naturalezza” della ripresa stessa.

In un’altra sessione di registrazione di batteria in studio ho provato di nuovo ad usare i due EarthWorks come over head in configurazione X-Y con capsule praticamente coincidenti. I risultati sono stati senza dubbio soddisfacenti ma, a mio gusto, senza quella nota di originalità timbrica che ho riscontrato invece in altre posizioni. Se nell’uso live, la grande sensibilità e l’ampiezza di ripresa aiutano non poco, in studio forse può essere utile avere microfoni over head che si limitino a riprese più strette. Ma si parla di gusti e scelte comunque legate indissolubilmente alla qualità acustica e al “colore” della stanza di ripresa.

Fin qui tutto bene, ma la prova del nove era nell’uso in close micking davanti a uno strumento con “pacche” di dB belle decise.
Ed eccomi ad inserire un TC30 niente pò pò di meno che dentro la cassa di una batteria.
Il microfono, che comunque a vederlo non restituisce la stessa idea di robustezza di altri famosi colleghi studiati appositamente per la gran cassa, non da nessun segnale di distorsione anche suonando con decisione.
Il suono va decisamente equalizzato e “scavato” nelle zone in cui la cassa tende a produrre un suono un po’ cartonato (nel caso specifico ho tagliato un buon – 5 db con “Q” media intorno ai 350 Hz).
Inoltre la sua omnidirezionalità non aiuta quando si ricerca il giusto mixaggio tra corpo e punta della cassa andando a spostare il microfono stesso all’interno del fusto.
Diciamo che non sprecherei un TC30 su una gran cassa avendo a disposizione un’alternativa più “classica” tra i dinamici o quanto meno lo userei come secondo microfono, ritenendolo più adatto a catturare le sfumature e le armoniche che un dinamico probabilmente non sarebbe capace di riprendere al meglio.
Non ho riscontrato nessun effetto prossimità e questo è un altro dato di sicuro interesse e che allarga ulteriormente il ventaglio di applicazioni del TC30.

E’ stata poi la volta del rullante, tanto per chiudere il discorso batterie.
La soluzione più ovvia mi sembrava quella di posizionarlo come “bottom” ossia posto sotto il fusto per la ripresa della cordiera del rullante stesso, scelta dovuta proprio alle sue doti di precisione e pulizia sonora che facevano sperare in una buona ripresa della “rete” dello snare.
In questo caso il risultato è garantito a patto di mettere in conto un segnale con una buona dose di rientri degli altri pezzi di batteria. Se non si hanno problemi con la fase questo può non essere male.
A tal proposito aggiungo che ho risolto il problema in parte posizionando il microfono molto vicino alla pelle risonante del rullante e tenendo un guadagno veramente basso, effettivamente non sono mai riuscito a portare il microfono in condizioni critiche di distorsione anche avvicinandolo molto alla sorgente.
Anche in questo caso il trim del gain non ha avuto bisogno di grandi incrementi.

Messa da parte la pratica batteria – ma con ancora tante belle idee per la testa che prima o poi svilupperò – è arrivata la volta della chitarra.
Come prima prova ho ripreso una chitarra acustica Yamaha AGX con un TC30 a un palmo di distanza e posizionato tra la buca e il manico: grande pienezza di suono e una piacevolissima ripresa della “corda” brillante e ricca di armoniche.
Un filo di compressione qualche taglio in basso e nelle medie e il suono che usciva risultava molto a fuoco e perfettamente intelligibile nel mix.
Sono sicuro che con qualche prova in più, magari adoperando entrambi i microfoni o affiancando un EathWorks a qualche altro “collega” non c’è che da divertirsi e sperimentare.

Subito dopo il nostro TC30 si è trovato faccia a faccia con un cabinet 4×12 Marshall pilotato da testa sempre Marshall JCM 800 con volume importante (per non dire assordante N.d.R.) per la ripresa di un’elettrica.
Nella ripresa è stato affiancato da uno shure sm 57, ogni microfono su due rispettivi altoparlanti.
Inutile dire che i due suoni erano molto diversi tra di loro.
Quello che ho notato però, caratteristica che spesso manca in altri condensatori anche simili, è una buona dinamica e un attacco sempre molto incisivo quasi da far diventare superfluo l’impiego dell’ sm 57 che da sempre adopero per riprendere l’attacco del suono della chitarra elettrica.
La combinazione dei due canali, opportunamente rifasati e panpottati, offre diverse possibilità di mixaggio, ma soprattutto offre uno spettro di frequenza completo e assolutamente gestibile.
In questo caso ho potuto apprezzare la velocità di risposta ai transienti, ottenendo un suono veramente efficace e “tosto” grazie anche all’ abbinamento di un chanel strip Amek 9098 EQ.

Prove più sbrigative sono state fatte su di un pianoforte, su un contrabbasso e come ripresa puramente ambientale sul traffico della città, sempre con risultati all’altezza.
Nota particolare merita la ripresa del pianoforte in cui ho preferito di gran lunga la situazione con il coperchio semi abbassato. Spostandosi più o meno verso la tastiera del piano (quindi verso i martelletti) il suono cambia. Cosa importante è che il sustain della nota e l’attacco rimangono sempre precisi e definiti anche spostandosi progressivamente dalla tastiera, in cui attacco e presenza sono maggiori, fino alla “code” del pianoforte. Anche in questo caso credo che provando qualche posizione e configurazione in più si possano ottenere risultati molto interessanti.

Come dote primaria, se dovessi dire giusto quella che salta più all’occhio (…ops orecchio…) di certo la capacità di riprendere sempre suoni molto “a fuoco”, ossia suoni definiti, nitidi e ricchi di sfumature.
E poi che dire della versatilità… lo si usa in molte situazioni e, applicando i giusti tagli di equalizzazione, risulta adatto a qualsiasi strumento. Inoltre, pur essendo un condensatore, pare non soffrire proprio i proverbiali problemi di delicatezza e affidabilità tipici di tali microfoni: l’ho usato dal vivo con giusto riguardo ma senza scadere nel patetico…(avete presente quei fonici che con aria mistica ripongono i loro microfoni nella valigetta in legno con movimenti lenti e sinuosi…)

Un difetto, sempre per dirne uno (e forse anche uno dei pochi) una certa “impersonalità”, una chiarezza e un realismo assolutamente apprezzabili ma che altro non apportano al suono di base.
Certo, siamo alle solite, questo è quello che dovrebbe fare un microfono: catturare fedelmente una sorgente sonora su questo non si discute; fatto sta che alcuni microfoni sono diventati molto apprezzati proprio per alcune loro caratteristiche di colorazione che si sposavano altrettanto bene con strumenti come la voce, le chitarre acustiche, gli archi e così via.
Probabilmente non era nemmeno negli obbiettivi della casa produttrice fare un microfono molto “colorato” e caratterizzante.
Mi sento di aggiungere, per quel che importa, che non si possono proprio definire “belli” a livello di design…

Un’altra osservazione, sempre in merito al designche mi ha fatto notare qualcuno, è la forma che rimanda effettivamente una certa sensazione di delicatezza anche se, come dicevo giusto sopra, delicato il TC30 non lo è proprio.
E’ vero anche che quel batterista che guardava sbigottito i due EarthWork sopra la sua testa durante il soundcheck, osservandone la forma elegante e “delicata”, non si è risparmiato di picchiare sodo dopo il primo colpo di cassa e, in tutta franchezza, non mi è parso che i due TC30 si siano in qualche modo trovati in difficoltà…

Ecco alcuni esempi di file audio:

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Drum set – EarthWorks TC30 “for loud and quiet source”

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Drum set – AKG C3000B

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Guitar – EarthWorks QTC40

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Guitar – Shure Sm 81

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Guitar – Neumann TLM 170

info: www.midiware.it

Aldo “hucchio” Chiappini
ZioGiorgio.it staff

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