ZioGiorgio al Montreux Jazz Festival 2013

Il 7 luglio 2013, su invito di Meyer Sound, il team di ZioGiorgio.it si è recato nella Svizzera francese per passare due giorni a Montreux, bellissima cittadina sul lago di Ginevra, che ospita dal 1967 uno dei festival di musica più famosi al mondo, il Montreux Jazz Festival (MJF).

Per noi è stata l’occasione per ascoltare, per la prima volta, il nuovo sistema di Meyer Sound LEO, scelto come PA system per lo Stravinski Auditorium, la sala concerti più grande del Festival, con una capacità di circa 4.000 posti. Sul palco dello Stravinski nel passato si sono esibiti nomi altisonanti e pure l’edizione di quest’anno presentava una lunga lista di grandi artisti appartenente a tutti i generi musicali: Diana Krall, George Benson, David Sanborn e Marcus Miller, per passare a Sting, Leonard Cohen, Prince, Joe Cocker, Ben Harper a tanti altri. Nella serata alla quale siamo stati in regia FOH ci siamo goduti un vero top act: i Green Day, la band punk/pop statunitense, che questa estate sta girando i festival in Europa per promuovere il loro ultimo tritico discografico Uno! Dos! Tre! Il giorno dopo il concerto siamo stati a pranzo con tutto lo staff di Meyer Sound, inclusi John e Helen Meyer e,  come degna conclusione della giornata, una visita al magico chalet di Claude Nobs, visionario e storico fondatore del MJF, purtroppo scomparso all’inizio del 2013. Un programma con i fiocchi… Ma veniamo ai fatti.

Meyer Sound è sponsor del Montreux Jazz Festival dal 1986, ed il 2013 è stato il loro 27esimo anno a Montreux! Anche quest’anno tutti i palchi del MJF erano equipaggiati esclusivamente con diffusori Meyer Sound. Nel pomeriggio prima del concerto, grazie all’ottima organizzazione del team Meyer Sound siamo riusciti a fare un giro tecnico delle varie location del festival. Miguel Lourtie, European Technical Services Manager di Meyer Sound, ci ha presentato i vari prodotti utilizzati sui palchi diversi, come i diffusori M’elodie , 700HP, UPQ-1P e UPA-1P,  nella “The Studio”, sala dedicata agli appassionati del clubbing. M’elodie e 700HP anche per il palco outdoor “Music in the Park”.  Sistemi Milo con 700HP come main PA invece nella sala “Montreux Jazz LAB”, una sala da 2.500 posti che prima veniva chiamata “Miles Davis Hall”, che quest’anno aveva anche un sistema dedicato per gli eventi da discoteca con diffusori JM-1P e 1100-LFC. Per il “Montreux Jazz Club”, con una sala molto intima da 350 posti, la scelta è caduta sui diffusori UPA-1P e UPJr-1P con 500HP e M-1D Sub.
Alla fine del nostro piccolo tour siamo arrivati nello Stravinski Auditorium, dove il gruppo spalla dei Green Day stava finendo il soundcheck. Siamo riusciti a sentire gli ultimi due pezzi e farci una prima idea del nuovo sistema LEO.

Miguel ci spiega: il sistema PA è composto da due array di sette dei nuovi elementi LEO-M in congiunzione con tre diffusori MICA, che fanno da Main array left/right. Come Out Fill ci sono due UPA-2P per lato. Per dare un immagine sonora degli array l/r all’area appena dietro le prime file centrali utilizziamo due UPQ-1P come In Fill. Per coprire il triangolo che si crea tra i due main nell’area davanti al pubblico vengono impiegati quattro diffusori Mica come Center Fill. Per un preciso controllo nell’area direttamente davanti al palco abbiamo montato come Front Fill otto M’elodie lungo il bordo palco. Per la riproduzione delle frequenze basse ci sono per lato sei elementi 1100-LFC, che sono appesi dietro i Main array, in configurazione cardioide direzionale. Del system management per l’allineamento e l’equalizzazione compensata di fase invece si occupano un Galileo 616 AES e due processori Galileo Callisto 616 .

Ed adesso arriva una vera chicca in esclusiva! Chi meglio di John Meyer in persona poteva darci i dettagli sul progetto e sull’installazione del sistema audio nello Stravinski Auditorium, lo storico coinvolgimento di Meyer Sound al MJF e l’idea che sta dietro al loro nuovo sistema lineare LEO? John è un vero visionario e la traduzione dell’intervista non rende certo merito alla sua personalità ed al suo carisma. Pensate che, dopo la prima domanda, John ha praticamente parlato senza sosta per quasi trenta minuti anticipando di fatto tutte le altre domande che avevo segnate nel tacquino. Tant’è che a fine intervista con grande nonchalance ha detto “tanto poi metterai tu le domande vero?”. Godetevi John Mayer in una delle sue poche interviste rilasciate…

John_Meyer_MJF2013

ZioGiorgio.it: chi si è occupato del system design nello Stravinski Auditorium?

John Meyer: è stato un teamwork. Lavoriamo da tanti anni con il Montreux Jazz Festival ed in particolare con lo Stravinski. Il committente voleva una sala concerti per musica classica, noi invece avevamo in mente un concetto polivalente. Come prima cosa abbiamo chiesto che durante il periodo del festival l’auditorium venisse riempito di materiale fonoassorbente. Nella loro idea c”era la volontà di farlo funzionare acusticamente sia per la musica classica che per musica pop, ma si sono resi presto conto che non esiste una soluzione unica. Cosi abbiamo trovato una specie di compromesso, l’organizzazione ci è venuta incontro a metà, e siamo riusciti a fare qualche intervento acustico con diversi materiali anche se noi avremmo voluto aggiungere altre tende ed ulteriore materiale assorbente…

ZioGiorgio.com: che tempo di riverberazione sarebbe ottimale raggiungere in una location come questa?

John Meyer: è preferibile avere nella stanza un tempo di riverberazione che non superi il secondo. La riverberazione è un tema interessante e non così scontato come può sembrare. Quando ci sono strumenti che vengono suonati ad un volume non troppo forte, si riesce a sentire il loro suono per un certo arco di tempo, dopo di che il suono decade. Con una fonte che suona forte invece c’è la probabilità di sentire più a lungo, perché più forte in questo caso significa anche che dura di più. E’ pur vero che il coefficiente di riverberazione è una costante, ma cambia da strumento a strumento. Due secondi di violini o di uno strumento simile non sono realmente due secondi, perché i violini raramente hanno un volume alto. Ma due secondi di rock’n’roll significa sentire praticamente tre secondi di suono con tutto ciò che questo comporta. E’ difficile da spiegare anche al mondo dell’acustica, perché molti pensano in termini di numeri e il tutto viene spesso riferito al solo mondo della classica o della musica tradizionale. L’errore è spesso che non si tiene conto dei diversi generi musicali ma si ottimizzano le sale per un solo genere o comunque non si analizza il progetto nella sua totalità. Noi invece siamo interessati alla cosa opposta: ottimizzare l’acustica delle location a prescindere dal genere suonato al fine che l’ascoltatore senta sempre in modo chiaro ed “articolato” (articulation ndr). A questo punto però sei solo alla metà dell’opera perchè dopo dovrai sonorizzare la venue, ma se la stanza non funziona a livello acustico e di risposta, non importa quello che fai o quello che installi, il risultato non potrà mai essere ottimale in termini di suono…

leo_mjf_1ZioGiorgio.it: l’altra metà della battaglia sta nel costruire sistemi di diffusione performanti?

John Meyer: esatto. I primi sistemi di diffusione sono apparsi ancora prima che noi eravamo nel business, negli anni ’50 e ’60, originariamente per la diffusione del parlato e nel cinema. Quando poi è arrivata la musica pop, le aziende hanno cominciato a costruire veri “sound systems”. Poi sono arrivati gruppi come i Grateful Dead che sono usciti con quello che loro chiamavano “the wall of sound”, il muro di suono, ma in realtà si trattava di dare sempre più potenza sonora ad ogni singolo musicista, cosi che si potesse sentire in location sempre più grandi. Ma una volta raggiunti spazi con 60/70 mila posti il volume era diventato troppo alto per i musicisti, con il rischio di danneggiamenti all’udito a causa dell’eccessivo impatto sonoro. Allora abbiamo cominciato di dislocare una parte di questo suono, lontano da i musicisti, e ritardarlo, anche perché cominciavamo ad essere attrezzati meglio anche a livello elettronico. Questo succedeva negli anni ’70, ma il concetto era che si costruivano ancora dei sistemi per amplificare i singoli strumenti musicali. Ogni band aveva un gruppo di persone che si occupava di costruire un sistema di diffusione “ad hoc” ma che era alla fine una sorta di “estensione” dei loro strumenti ed amplificatori. Nessuno costruiva veramente sistemi che potessero essere lineari, non faceva semplicemente parte del pensiero di base. Io, per contro, volevo amplificare anche musica classica ed in generale diversi generi, non solo rock’n’roll. Così quando ero qui a Montreux per creare dei laboratori per il “Institute of Advanced Musical Studies”, praticamente sei anni prima che venisse fondata la nostra azienda, ho cominciato a costruire sistemi di diffusione per la musica classica. Sistemi potenti, così da poterli usare sia per il jazz sia per la classica, o fare concerti all’aperto, tentando di renderli più lineari possibili (John usa spesso il termine “neutral” che per approssimazione traduciamo lineari ndr). Poi abbiamo cominciato a lavorare con gente dell’ambiente rock’n’roll, ed un momento molto importante fu l’incontro con un grande artista…
Ero già tornato a vivere negli Stati Uniti quando il sistema sviluppato in Svizzera venne mostrato a Frank Zappa. Gli piacque moltissimo, anche se diceva che faticava a ricreare il suono che aveva nei suoi dischi, più carico di frequenza alte. Così gli chiesi come facesse ad ottenere questo suono in studio e lui mi rispose che erano i tecnici dello studio che se ne occupavano. Gli suggerii così di portare sul posto i suoi tecnici e il loro equipment. Zappa si mostrò un po’ dubbioso in quanto era convinto che i tecnici dello studio non erano qualificati come addetti al sistema PA. Io gli risposi che i tecnici dello studio potevano spiegare benissimo cosa c’era da fare ai tecnici del PA – alla fine parlavano la stessa lingua – e che poi si sarebbero occupati loro dello show. Così facemmo e la cosa funzionò. A quel punto però personalmente ero meno interessato a come i tecnici avessero creato quel suono a livello di mix, ma più come fossero riusciti a farlo elettronicamente, ossia atraverso le attrezzature elettroniche dell’epoca unitamente ai nostri sistemi Meyer. Trovata la strada giusta avremmo potuto utilizzare lo stesso impianto che avevamo venduto ai Grateful Dead anche per l’opera, o per eventi come i concerti di Pavarotti. Insomma, volevamo dimostrare che con un diffusore è possibile fare una varietà di cose, ossia che non serve un diffusore specifico per la classica, uno per il rock’n’roll ecc.
Questo è da sempre il concetto che Meyer Sound ha dei sistemi di sonorizzazione…

ZioGiorgio.it: ed è qui che entra in scena il nuovo sistema LEO?

John Meyer: Precisamente. Una delle cose che noi vogliamo dimostrare con LEO è che abbiamo la potenza per soddisfare band molto energiche, ma che possiamo fare anche cose più “delicate”, come per esempio Leonard Cohen, che ha aperto il MJF di quest’anno. LEO è un sistema molto potente, è come avere una Ferrari con 800 cavalli. Non ti interessa neanche che tipo di motore ha, perché hai a disposizione la potenza per fare tutto quello che vuoi. Per un service audio questo significa poter essere ancora più flessibile e sempre pronto in ogni situazione.

ZioGiorgio.it: Quanto tempo ci è voluto per creare LEO?

John Meyer: abbiamo investito cinque anni nello sviluppo del sistema LEO. E’ un lavoro abbastanza impegnativo quello di costruire qualcosa di cosi potente, ma che allo stesso tempo poi deve essere anche leggero, robusto, ed un sacco di altre qualità che ad oggi il mercato richiede…

ZioGiorgio.it: che cosa sta dietro la tecnologia lineare?

John Meyer: noi abbiamo introdotto questo concetto qualche anno fa nell’industria del cinema. Questo concetto della “teoria lineare” prende spunto, per analogia, da tutto il lavoro fatto dalla radio FM negli anni 40′. I Network avevano trovato un modo per miscelare insieme tutti i singoli strumenti, come per esempio dei violini e delle voci, trasmetterlo come unico segnale, salvo poi separarlo di nuovo come singolo strumento attraverso la diffusione negli apparecchi radiofonici. Per questo era stata sviluppata la teoria lineare, per fare in modo di non dover utilizzare dieci trasmettitori diversi per dieci segnali differenti. Era semplicemente un modo per combinare dei segnali, e poi poterli scombinare una volta arrivati a destinazione. Questo per un diffusore significa essere in grado di riprodurre un violino è una voce insieme e grazie alla teoria lineare questo è diventato possibile. E’ stata utilizzata in radio ed è stata poi ripresa con tecnologia digitale dalla trasmissione Linear PCM. Effettivamente chi usava il PCM era entrato nell’era digitale ancora prima che il CD facesse la sua comparsa sul mercato, questo perché Linear PCM proveniva dal broadcasting dove solitamente la tecnologia è in leggero anticipo sul resto del mercato.

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ZioGiorgio.it: così quello che avete fatto è costruire dei diffusori con tecnologia lineare?

John Meyer: la linearità è sempre stato un valore fondamentale per Meyer Sound. E’ come nella registrazione audio, voglio dire, quando compriamo un preamp, ci aspettiamo che sia di alta qualità, senza distorsioni, come anche per i microfoni… Bene, molte persone per contro pensano che “diffusori diversi hanno un sound diverso”. Noi invece la pensiamo diversamente e stiamo tentando di introdurre questa idea: non voglio che il diffusore abbia un suo suono ma un suono lineare.
Quello di utilizzare tipi di diffusori diversi per riprodurre tipi di strumenti differenti è una idea francese. Ma negli anni ’40 la gente ha cominciato a pensare che questo non era così pratico. Un vero promotore di tutta l’idea della teoria lineare è stato l’hi-fi, con diffusori che riproducevano tutti gli strumenti. L’hi-fi ha adottato questa idea, ma il mondo dei diffusori PA no, come anche il mondo del cinema, e per quale ragione non si capisce…
Facciamo però un altro tipo di analisi, da un altro punto di vista, per provare a capire l’origine di alcune scelte.
Per le aziende che costruiscono impianti audio il problema fondamentale è il budget. Se vuoi produrre qualcosa, il modo più semplice per ottenere dei finanziamenti è dire “beh sapete, c’è questa’azienda che fa quel tipo prodotto, c’è un mercato da centinai di migliaia di dollari o addirittura milioni già avviato… Noi possiamo produrlo a un costo minore, possiamo approfittare del fatto che è già stato del tutto sviluppato e prenderci un 20% del mercato!” Per una proposta del genere ti danno i soldi anche domani! Un’altra cosa è dire “abbiamo le nostre idee, non siamo sicuri che vi piacerà, abbiamo bisogno di una valanga di soldi, non abbiamo nessun tipo di limite e nessuna sicurezza che funzionerà…”. Allora stai certo che diventerà difficile avere dei budget! Per questa ragione tante persone e tante aziende continuano su una stessa direzione costruttiva, ed è per questo che alla fine tutti i prodotti si somigliano. Può essere molto costoso prendersi questi rischi. Ma noi siamo un’azienda piccola e funzioniamo con dinamiche diverse. Non facciamo parte di qualche conglomerato che tiene sotto controllo le nostre spese, anche se probabilmente dovremmo farlo, ma anche in questa azienda bisogna comunque fare dei profitti. Meyer Sound però è nella posizione di provare ad introdurre qualcosa come il concetto del lineare nel mondo del PA, siamo in una posizione dove la gente quasi si aspetta che noi lo facciamo, per nostra tradizione. Ci sono delle aziende dalle quali ci si aspetta innovazione, altre no. Meyer Sound ha sempre tentato di avere questo tipo d’immagine, di essere una di quelle aziende che punta su qualcosa che non è magari proprio quello che tutti stavano richiedendo ma che poi, forse, lo diventerà. Per contro e’ difficile invogliare la gente a chiedere per una tecnologia che neanche conoscono. Come recita un detto orientale: “Puoi provare a descrivere un mal di testa, ma nessuno capirà di che cosa stai parlando fino a quando non te ne viene uno.” Qui, il problema è lo stesso. Puoi provare di descrivere che cosa è questo nuovo sistema lineare, ma non significa niente fino a quando non hai sentito con le tue orecchie uno show, come noi abbiamo fatto ieri sera al concerto dei Green Day. Il consenso che stiamo ricevendo in tutto il mondo è incredibile, e questo per noi è veramente emozionante. Fino adesso avremo fatto al meno 500 band e tutti sembrano profondamente impressionati. Il commento che mi è piaciuto di più è quello di Big Mick [Hughes, fonico dei Metallica, ndr], quando ci siamo visti a San Francisco: “E’ strano, basta che spingi il fader e il volume si alza”.

Se Meyer Sound ha fornito tutti gli impianti audio, Shure era presente come partner per tutta la microfonazione e per i sistemi wireless. DiGiCo invece è stata scelta nuovamente dal MJF come music provider ufficiale per quello che riguarda il mixing. In tutte le location erano installate console digitali della serie SD, in tutte le misure, dalla SD-Ten nel “Jazz Club” fino alla SD-7 nella posizione FOH nell’Auditorium Stravinski.  Quest’ultima però è stata “snobbata” dal fonico dei Green Day, che ha optato per una soluzione analogica, con un banco Midas XL 200 è tre rack pieni di outboard sofisticato (api, Maselec, Chandler, Empirical Labs, Universal Audio, Jensen, TC, SSL, Lexicon, Eventide ecc.).

Il concerto, che abbiamo potuto gustarci in postazione FOH, è stato veramente emozionante. Fin dal primo brano Billie Joe Armstrong e compagni hanno infuocato lo Stravinski, potendo contare sul sostegno incondizionato del loro pubblico. Le quasi 4.000 persone  avevano tanta voglia di divertirsi, ed hanno dimostrato il loro entusiasmo cantando a squarciagola per più di due ore e rispondendo di continuo alle incitazioni del frontman dei Green Day.

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photo: Greenday © 2013 FFJM – Lionel Flusin

Inizialmente, in tutta onnestà, il suono era un po’ confuso, ma dopo due brani Kevin Lemoine, il fonico FOH dei Green Day, aveva già aggiustato il tiro, creando progressivamente un sound molto potente e “in faccia”. Impressionante la resa del PA system. I suoni delle chitarre, in particolare quelli di Billie Joe erano devastanti, davvero molto belli. Grande pulizia nelle frequenze basse e medio basse. La grancassa era un vero pugno nello stomaco e il basso, rigorosamente suonato con il plettro, si sentiva perfettamente su tutta la gamma delle frequenze. Il suono della voce era molto simile a quello dei dischi più recenti dei Green Day, ossia super compresso e anche un po’ inscatolato. In effetti nei parlati il suono della voce appariva decisamente inadeguato, ma insieme agli strumenti ed in mezzo al mix la voce solista usciva comunque sempre benissimo. Non solo la voce, ma in generale tutti gli strumenti risultavano molto compressi e, buttando ogni tanto un occhio sulla console Midas, tanti canali del XL 200 erano al limite della saturazione.
Il nuovo sistema Meyer Sound LEO esce sicuramente vincente da questa serata, immaginiamo che abbia offerto al fonico la “tavolozza” per realizzare in tutta la libertà la sua idea di suono. Enorme potenza, molto punch e grande trasparenza: ecco quali sono le impressioni che ci ha dato il nuovo “linear system” di Meyer Sound. Un piccolo appunto: il volume del concerto era veramente molto alto, forse troppo. Diciamo che Kevin Lemoine ci ha dato dentro abbastanza. Stare su una media di 106 db RMS (misurati in pesatura A e con refresh ogni 15 minuti) non è poco, vuol dire picchi anche di 120 db. Era tanto che non andavo via da un concerto con le orecchie che mi fischiavano!

L’edizione di quest’anno, la 47esima dalla nascita del festival, verrà anche ricordata come la prima senza uno dei suoi storici fondatori, Claude Nobs, che per tantissimi anni ha diretto il MJF, ma che purtroppo nel gennaio 2013 è morto a 76 anni a causa di uno sfortunato incidente sciistico. La sua vita è una storia meravigliosa e visitando il suo magico chalet “Le Picotin” si percepisce ancora tutto il suo entusiasmo, vedendo la raccolta di una quantità impressionante di oggetti più svariati e naturalmente la sua più grande passione, la musica, con un archivio incredibile di registrazioni audio e video. Più di 5.000 ore di concerti in alta definizione. Grazie all’azienda Montreux Sounds, che amministra gli archivi del festival, vengono digitalizzati ed indicizzati queste registrazioni al fine di preservarle per gli anni a venire. A livello tecnico il MJF è sempre stato all’avanguardia, oltre alle registrazioni in alta definizione già vent’anni prima che il formato digitale apparisse in quasi tutti le abitazioni, i primi concerti in 3D sono stati filmati proprio a Montreux nel 2010.

All’ultimo piano, sotto il tetto di questa “casa delle meraviglie”, si trova una stanza per vedere e ascoltare i concerti dei festival passati. Grazie ad un grande schermo video ed un’ impianto audio d’eccellenza come il Constellation di Meyer Sound è possibile godersi le esibizioni dei musicisti come se fossimo veramente presenti al concerto. Il suono viene prodotto da un sistema di altoparlanti installati di fronte, alle spalle e sopra la testa degli ascoltatori, che fa diventare questa esperienza un vero viaggio visivo e uditivo. Immersi nel suono, sembra davvero di stare nello Stravinski Auditorium o nella Miles Davis Hall.

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Bisogna proprio dirlo: la classe non è acqua. Meyer Sound al MJF ha nuovamente dimostrato di essere un’azienda innovativa, che non ha paura di investire le proprie risorse in nuovi progetti, e il grande successo le ha sempre dato ragione. La grandissima stima che viene dimostrata da tanti professionisti in tutto il mondo per i loro prodotti, ed ultimamente in particolare per il nuovo sistema LEO, ne è ulteriore testimone. In questi due giorni a Montreux ci sembra di aver capito ancora meglio la causa di questo successo. Ovviamente alla base sta la grande qualità tecnica dei prodotti, ma è stato molto bello poter vedere che anche a livello umano Meyer Sound è un’azienda di grandi valori. Certo, trovarsi una copia d’attacco come John e Helen Meyer alla guida di un team sicuramente aiuta molto, ma abbiamo potuto constatare che i loro dipendenti e vari collaboratori sono un gruppo molto affiatato e dinamico. Si percepisce la soddisfazione nello svolgere il proprio lavoro e l’atmosfera che si respira è molto distesa e positiva. Ringraziamo vivamente tutto lo staff di Meyer Sound presente al MJF, per averci accolto per due giorni nella loro grande famiglia. E’ stato un vero piacere…
Ringraziamenti particolari vanno ai nostri “Host”  Scott Gledhill, Meyer Sound European Sales Manager, Jodi Hughes, Meyer Sound Marketing Manager  e ovviamente a John e Helen Meyer.

info:  www.meyersound.com
info:  www.montreuxjazzfestival.com

Distribuzione per l’Italia del marchio Meyer Sound: www.linearsound.net

  1. […] Le locations sono diverse e la maggior parte tutte indoor, cominciando dallo Stravinsky Auditorium dove avvengono i “main-act” serali fino alle venues poste esternamente a due passi dalle rilassanti acque del lago. Da ben 29 anni la gestione della diffusione sonora in tutte le location del festival è affidata a Meyer Sound in qualità di “Official Sound Provider”. L’operazione che avviene, come ci spiega Scott Gledhill, Meyer Sound International Sales Manager è così impostata: è la stessa casa madre a prendere in affitto tutti i sistemi necessari per gli allestimenti dal rent svizzero Sky Night il quale, di conseguenza, si occupa di sonorizzare con i diversi sistemi Meyer le varie venue sempre con la supervisione ed il supporto dei tecnici Meyer Sound. L’obiettivo è testare sul campo gli impianti audio e sperimentare nuove possibilità ricercando configurazioni ottimali col chiaro obbiettivo di ottenere sempre la performance sonora migliore. In un nostro articolo di un paio di edizioni fa avevamo già ampiamente sviscerato gli aspetti legati alla storia della collaborazione tra MJF e Meyer Sound, rimandiamo perciò i nostri lettori a quello stesso articolo, consultabile al seguente link. […]

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