Umbria Jazz

A Perugia, ogni anno in piena estate cuore pulsante del Jazz internazionale, abbiamo avuto modo di vivere un’ambiente insolito e ormai quasi raro, dove si respira buona musica, cordialità e allegria ovunque. Negli anni Perugia è stata in grado di dare non solo la possibilità di assistere a Live unici e di qualità, ma ha letteralmente costruito una scenografia lungo tutto il centro storico dove tutto parla di Jazz: dalle vetrine dei negozi, ai molti volontari che girano per le strade con magliette e pass dell’organizzazione, alla possibilità di fare colazione in un bar insieme ad artisti col proprio strumento a seguito, ai molti buskers che improvvisano concerti lungo le vie principali del centro. Insomma un momento in cui si può vedere, ascoltare, toccare con mano, gustare e annusare la vera bellezza in termini musicali.

Quindi tutto deve essere bello e perfetto a partire dall’ascolto, forse la sensazione più stimolata in eventi come questi. Ne abbiamo avuto prova assistendo al live di Wayne Shorter Quartet con l’Orchestra da camera di Perugia, all’arena Santa Cecilia, dove per l’occasione è stato installato per la prima volta in Italia il nuovo sistema VTX A12 di JBL, messo a punto dallo staff di Leading Technologies capitanato da Giovanni Bugari in collaborazione con i due fonici residenti del festival Piero Bravin e Claudio Venturelli, e passato infine nelle mani di colui che è considerato uno dei guru internazionali dell’audio Rob Griffin, da anni fonico live e studio di Wayne Shorter.

Cominciamo proprio con Giovanni Bugari, Live Division Manager per Leading Technologies, che ci fornisce una descrizione dettagliata di questo nuovo sistema, che abbiamo già avuto modo di apprezzare durante lo scorso MIR di Rimini.

ZioGiorgio: bentrovato Giovanni, una situazione ideale per mettere alla prova il nuovo sistema JBL.

Giovanni Bugari: esatto, mi trovo qui a Umbria Jazz in veste di ciò che oggi vengono definiti PA Man e che prima venivano chiamati “quelli dell’impianto”. Questa è la prima uscita in Italia in una situazione reale del nuovo sistema JBL VTX A12, presentato quest’anno a Francoforte e in Italia al MIR di Rimini. Mi sono occupato della progettazione del sistema, del montaggio e della taratura, con la collaborazione di due bravissimi tecnici come Paolo Calza e Claudio Scavazza. Erano presenti anche Danilo Meroni, tecnico commerciale di Leading Technologies e Ed Jackson, responsabile tecnico audio di JBL che al suo arrivo ha trovato tutto montato ed è stato particolarmente colpito dalla tipologia di configurazione scelta.

ZioGiorgio: cominciamo dal setup, com’è composto il P.A.?

Giovanni Bugari: abbiamo una distanza torre-torre di circa 24 metri, mentre la distanza dal palco all’ultimo posto della gradinata a circa 70 metri. Si tratta di una location dove, data la conformazione della sala, non è indicato installare un delay e che siamo riusciti a coprire con 12 sistemi per lato, un cluster centrale che non è stato configurato come LCR ma come DownFill e che serve per coprire in modo più uniforme possibile e senza tirare troppo sui front-fill quel triangolo che ti rimane al centro mantenendo gli array laterali dritti.
Spesso gli array sono molto vicini e si parla di qualche metro centrale da coprire, mentre in questo caso è stato necessario installare un array centrale con 6 diffusori VTX V20 e altri otto suddivisi in quattro gruppi da due utilizzati come front-fill sopra i 21 subwoofer doppio 18″ VTX S28 suddivisi invece in 7 stack da 3 sub cardioidi e 8 sub singolo 15″ che mi hanno permesso di allungare la linea dandomi l’altezza giusta per montare i front-fill.
L’arc-array principale è abbastanza stretto, vista la conformazione della sala che si allarga abbastanza ed è suddiviso in quattro blocchi da tre casse ciascuno. Sul blocco che gestisce la frequenza critica e quindi quella con il beam maggiore al centro sulle medio basse nel range 340-350 Hz, ho impostato un filtro all-pass di secondo ordine e quindi 360° di sfasamento su tutti i blocchi e poi rispetto al centrale siamo andati a modificare leggermente la frequenza degli alti per allargare questo beam. Un approccio molto empirico quanto difficile.
Da subito ho notato che con poche regolazioni la parte tonale delle medie alta risultava coerente.

ZioGiorgio: vuoi spiegarci cosa hai utilizzato in fase di progettazione del sistema e per il controllo e la gestione remota?

Giovanni Bugari: a corredo dell’uscita di questo impianto c’è stato il rilascio del nuovo software di predizione LAC v.3, con all’interno parecchie novità. Una per tutte la possibilità di generare un QR Code da passare al Rigger che è in grado di visualizzare sul proprio smartphone tutte le informazioni riguardo il setup del sistema, compresi gradi, un piccolo generatore di rumore che si interfaccia con in finali e un inclinometro. Altra novità è il nuovo Performance Manager, una suite che comprende il LAC, lo strumento per la progettazione e il posizionamento, e il tool per la taratura e il controllo dei finali. Quindi da un’unica piattaforma sono in grado di gestire il tutto dalla sala tramite il mixer e un PC portatile, utile eventualmente per effettuare alcune modifiche al sistema da remoto.
In particolare dalla regia sono in grado di gestire la configurazione L-R-Sub, delay, equilizzazioni e filtro all-pass per effettuare il beam stearing delle medio-basse. Fondamentale quanto difficile da fare perchè lavori su delle cose che non possono essere replicate in modo elettrico e non possono essere simulate. Quindi puoi solamente posizionare una serie di microfoni per la misurazione e in base all’interazione delle varie misure decidere dove posizionare questi filtri all-pass che di fatto modifica la fase senza modificare la frequenza.

ZioGiorgio.it: interessante l’innovazione contenuta nei driver di questo sistema. Vuoi descriverlo nello specifico?

Giovanni Bugari: JBL insieme ad altri tre marchi internazionali di cui uno italiano, sono gli unici quattro produttori al mondo che si costruiscono gli altoparlanti che poi utilizzano per la realizzazione delle casse. Questo comporta necessariamente un’alta esperienza nella costruzione dei componenti. A partire dalla metà degli anni 90, la sfida più difficile per i costruttori di line-array è stata quella di trasformare un’onda semisferica che esce da un driver in un’onda piana, e ognuno ha affrontato questo argomento in modi diversi: dal sistema a rifrazione di L-Acoustics, ad una serie di soluzioni meccaniche, fino al semplice allungamento delle trombe.
Qui sono presenti due intuizioni molto importanti come la scelta di sostituire i trasduttori a tronco di sfera con quelli ad anello così da rendere più semplice la trasformazione dell’onda. Si è tornati quindi ad un driver tradizionale, non più doppia membrana, dove però spariscono due componenti da sempre presenti nel driver, ovvero la gola ed il rifasatore. Quest’ultimo è stato integrato in un particolare condotto di uscita a fiore, posto esattamente sopra la membrana anulare, che si accoppia direttamente alla guida d’onda appena esce dal rifasatore.
Quindi tutto il complesso composto da magnete, rifasatore, camera di risonanza e guida d’onda. Da 25, 35, 38 cm siamo passati ad un blocco lungo appena 10cm. Questo comporta due cose fondamentali: la distorsione estremamente più bassa e un’efficienza più alta. Inoltre la compattezza ha fatto si che in un diffusore da 12”, JBL riesce a montare tre driver al posto dei classici due.
In questa serie ogni componente è stato progettato in modo specifico. Ad esempio questo 12″ è stato sviluppato solo per questo modulo e non può essere utilizzato per altri prodotti come monitor o altro. Stessa cosa riguarda i medi che si accoppiano e suonano insieme per quasi un’ottava, quindi deve essere costruito in un certo modo con guida d’onda e altri componenti specificatamente progettati da zero.

ZioGiorgio.it: parlaci ora degli aspetti legati al montaggio e trasporto…

Giovanni Bugari: il cluster è scalabile, con le maniglie fatte in modo che la parte sopra sia più ampia in modo da infilarci un piede per permettere di arrampicare direttamente sul cluster in caso di problemi, evitando di sdraiare l’array ogni volta. Per quanto riguarda il sistema di sospensione abbiamo un architettura ad anello chiuso, con le casse che viaggiano sul massimo angolo, quindi completamente coricate. Da terra metto i pin e le tiro su. In fase di smontaggio, quando l’impianto arriva quasi a terra, metto il carrello, sblocco tutti i moduli e lui si siede. Qui ad Umbria Jazz abbiamo avuto a disposizione una giornata intera per allestire e in due persone abbiamo preparato, cablato e sospeso l’impianto principale L/R in circa mezz’ora.

ZioGiorgio.it: chiudiamo con il sistema di amplificazione. Vedo che utilizzi sistemi Crown.

Giovanni Bugari: si, per quanto riguarda l’amplificazione stiamo utilizzando sistemi Crown 4×3500 e la cosa interessante – vista l’efficienza del sistema e trattandosi di un tre vie quadri amplificato – nei canali ho woofer 1, woofer 2, medie e alte. Va da se che in ciascun finale gestisco tre casse e che con quattro finali per lato ho realizzato il sistema di amplificazione del PA principale. Per i sub utilizzo invece i Crown Hi-Tech HD 12000 anche se potevo tranquillamente pilotarli con i 4×3500 seguendo l’idea di Crown di creare un amplificatore standard con cui posso far andare qualsiasi cosa anche grazie al Performance Manager che capisce in automatico cosa sta pilotando un determinato amplificatore e carica il preset adeguato oltre alla possibilità di modificarlo anche in base alle regolazioni che faccio tramite LAC, che permettono di creare preset ad hoc.

ZioGiorgio.it: hai avuto dei feedback da parte dei vari fonici che sono passati di qui?

Giovanni Bugari: c’è stato un buon passaggio sia di fonici italiani, sia di fonici stranieri con Amek, Piero Bravin e tanti altri. Tutti hanno apprezzato in particolare la parte di riproduzione medio-alta in quanto capace di salire così in alto in frequenza senza soffrire di over-equilizzazione. In effetti sulla parte medio-alta c’è stata una attenuazione di 2 o 3 dB sui tre moduli in basso e un incremento di 2 o 3 dB sulle ultime tre casse in alto, ma solo per abbattere l’attenuazione naturale dovuta alla distanza.
Considera inoltre che la regia è a 55 metri, molto più distante rispetto allo standard e nessun fonico si è mai lamentato e, soddisfazione ancora più grande, è che molti di loro non hanno toccato nulla, si sono limitati a dei passa alto e qualche riposizionamento dei microfoni o piccole correzioni sulle voci.

In sala, alle prese con gli ultimi ritocchi e regolazioni in attesa dell’arrivo di Robert Griffin, troviamo Piero Bravin, che ci racconta il setup del F.O.H. oltre a fornirci alcune importanti chiavi di lettura di ciò che da li a poco sarebbe accaduto con l’esibizione principe di questa edizione di Umbria Jazz.

ZioGiorgio.it: ciao Piero, quest’anno un main stage molto vario con generi e situazioni diversi. Partiamo dalla regia…

Piero Bravin: ho a disposizione un Midas Pro9 che suona molto bene, ha dei pre-amplificatori molto buoni  e si interfaccia in modo ottimale con l’impianto anche se per i miei gusti e abitudini la gestione della macchina risulta un po’ macchinosa.

ZioGiorgio.it: questa sera avremo in regia Rob Griffin, considerato una sorta di guru nell’ambito della sinfonica e non solo

Piero Bravin: a mio parere è uno dei numeri uno al mondo, lo dimostrano i cinque Grammy Awards conquistati durante la sua carriera. È un professionista che è riuscito a coniugare l’alta tecnologia con una musicalità tutta sua visto che è anche un grande musicista oltre ad essere un grandissimo fonico. Lo dimostra il fatto che è arrivato, ed è riuscito a fare un balance pressoché perfetto di un’orchestra di circa 30 elementi con 48 canali totali nel giro di venti minuti. Per quanto riguarda il quartetto pare sia andato in automatico, visto che lavora con Wayne Shorter da parecchio tempo. Ricordiamo alcune delle collaborazioni di Rob con artisti internazionali del calibro di Paco de Lucia, Herbie Hancock, Pat Metheny e altri ancora.

Attraversiamo l’arena dirigendoci nuovamente sul palco per incontrare, al termine del sound check, due rilassatissimi Claudio Venturelli e Tony Soddu, entrambi veterani di questo festival.

ZioGiorgio.it: bentrovato Claudio, so che segui Umbria Jazz da parecchi anni. Non ci si annoia mai?

Claudio Venturelli: beh, da qualche anno oltre a fonico di palco, ho assunto anche il ruolo di Sound Designer e quest’anno è stato interessante realizzare questo progetto a quattro mani grazie anche al contatto con Giovanni Bugari avvenuto a Rimini durante il MIR. Non avendo avuto un bel rapporto con JBL in passato, sono rimasto sorpreso di come suonava anche in quella situazione drammatica all’interno della fiera di Rimini, mentre qui ho avuto modo di ascoltare le vere potenzialità. Sorprendente per certi aspetti e dal mio non essere fan di JBL ho avuto una piacevole sorpresa.

ZioGiorgio.it: andiamo nello specifico del palco. Oggi si presenta una situazione interessante…

Claudio Venturelli: quello di oggi è un palco fantastico, con una orchestra numerosa che segue musiche scritte da Wayne Shorter in persona che sarà qui con il suo quartetto storico composto da Danilo Perez, John Patitucci e Brian Blade. Per quanto riguarda i microfoni abbiamo una situazione mediata e meditata nel tempo insieme a Griffin. Sul quartetto sono presenti microfoni DPA di cui Wayne Shorter è endorser, mentre per l’orchestra abbiamo DPA 4021, 2011c e svariati Noiman 184, 185, qualche 414 con 24 canali per l’orchestra oltre ai 12 canali del quartetto di cui quattro dedicati solo al piano con due DPA 4021 sopra oltre a due Schertler di ultima generazione.
Abbiamo inoltre una situazione monitor molto minimalista con casse Meyer Sound MJF-210 che contribuiscono a mantenere quell’ascolto quasi totalmente acustico e intervenendo solamente per aiutare nell’ascolto i componenti dell’orchestra più distanti.
Per Wayne ho fatto un missaggio dell’orchestra classico facendogli ascoltare il concerto come se si trovasse in sala e ad un volume assolutamente minimo che ha lo scopo di dare all’artista una definizione esatta di quello che stanno suonando.

ZioGiorgio.it: Tony, ci siamo visti di recente al Medimex di Bari in una situazione completamente diversa. Raccontaci le differenze

Tony Soddu: la differenza sostanziale è che il Jazz ha i suoi tempi e tutto va più lentamente, con al massimo due artisti in una serata sul palco. Siamo all’edizione numero 43 e negli anni hanno limato tutto, a partire dal parterre completamente in legno, le sedie inchiodate, i bagni in muratura, palco scenografato, gli uffici di produzione con aria condizionata. Nel corso degli anni in totale autonomia hanno fatto dei grossi passi in avanti e anche chi viene dall’estero alla fine rimane affascinato da una situazione piacevole, estiva, dove tutto è ordinato e pulito, dove trovi tutto ciò che ti serve. Per quanto mi riguarda qui risulta tutto più semplice: gli orari sono precisi, dalle chiamate alle crew la mattina per il montaggio, ai sound check, al cambio palco ecc… Anche perchè finito qui attacca un’altra location e bisogna essere precisi senza sforare, e si parte e si finisce sempre puntuali. Questa sera avremo due set, il primo a quartetto e il secondo con l’orchestra. Mi occuperò di preparare l’orchestra dieci minuti prima del loro ingresso con gli strumenti in mano e solitamente avviene tutto in tranquillità e in modo garbato dove veramente bastano i segni.

Purtroppo è complicato se non impossibile trasmettervi in poche righe l’esatta sensazione di assistere ad un live di elevata qualità in ogni aspetto, soprattutto per quanto riguarda il suono. Di certo non siamo qui a dare il merito al solo P.A. ma piuttosto alla perfetta combinazione tra tecnologie e professionisti che hanno saputo prevedere, organizzare e gestire nel migliore dei modi questo importante evento senza tralasciare alcun dettaglio. Addirittura, nel pomeriggio, poco prima del sound check abbiamo assistito a Robert Griffin che si aggirava tra le varie postazioni chiedendo agli artisti di suonare per meglio catturare il comportamento dello strumento.
Durante la serata, dalla sala era possibile percepire un’armonia perfetta tra i numerosi strumenti presenti, essendo quasi in grado di sentire la passione di chi suonava. Una sensazione che pare sia l’obiettivo di chi ha il compito di amplificare situazioni di questo tipo, cercando di tirare fuori non solo il suono ma anche l’anima da ogni strumento.

Walter Lutzu
ZioGiorgio team

© 2001 – 2017 NRG30 srl. All rights reserved

Vai alla barra degli strumenti