Concerti online? Che numeri!

Quello dei concerti online è un argomento delicato e che, a tratti, sembra rappresentare un tabù per chi come noi lavora nel mondo dello spettacolo.

Per chi ha conosciuto sostanzialmente un solo modo di fruire della musica dal vivo infatti, quello del concerto “tradizionale”, guardare a questo tipo di evento non può che far nascere un certo scetticismo, un sentimento atavico di rifiuto, arrivando addirittura ad un atteggiamento di vero ostruzionismo.
Difficile accettare cambiamenti così radicali e prepotenti e che soprattutto minano le nostre sicurezze e rimettono in discussione un modello di business che, nel bene o nel male, ha dato lavoro – e in alcuni casi ha fatto la fortuna – di molti imprenditori e professionsiti.

Però con tutto ciò dovremmo fare i conti perché, dati alla mano, la cosa funziona eccome.

Proprio in questi giorni di metà giugno, giorni in cui in Italia e nel mondo non è ancora concesso organizzare eventi con un pubblico numeroso, è andato in scena lo show dei Bangtan Boys una semisconosciuta (da noi in Italia) pop band Coreana, che ha introdotto il genere chiamato K pop, capace di ottenere quattro primi singoli in classifica consecutivi nella chart americana, roba che riuscì solo ai Beatles (mi si perdoni il paragone involontario ndr).

I BTS (così l’acronimo dei Bangtan Boys) sono stati protagonisti proprio recentemente di un concerto virtuale con numeri da capogiro.
L’evento, trasmesso in live streaming da Kiswe, azienda americana specializzata nella “spettacolarizzazione degli eventi in streaming” come piace dire a loro stessi, è stato visto da 756.600 utenti, collegati da 107 paesi che hanno acquistato il biglietto per circa 30 dollari (variabile a seconda delle piattaforme e dei Paesi da 26 e 35 dollari) generando un incasso di 20 milioni di dollari!
Avete capito bene, 20 milioni di dollari per un evento in streaming che immagino verosimilmente non certo più costoso e più complicato da realizzare di un concerto “reale” un uno stadio da 50.000 posti e che, peraltro, avrebbe generato sicuramente meno introiti.

Vogliamo poi parlare dei guadagni “connessi” generati dalla pubblicità e dagli sponsor? Molti colossi dell’industria si sono già ovviamente mossi, chiaro segno di come in molti stiano scommettendo su questa tendenza che pare proprio non esser una moda passeggera…

La Coca-Cola ha firmato un accordo con #BeApp – un’App specificatamente nata per ospitare show in streaming – per dar vita al Coke Studio Sessions, un progetto esclusivo di spettacoli musicali in streaming della durata di sessanta giorni consecutivi. Le performance coinvolgono oltre 100 artisti in tutto il mondo, tra cui Katy Perry, Anitta, DJ Khaled, Bebe Rexha, Miguel e Steve Aoki, solo per citarne alcuni…

Un paio di mesi fa, in piena pandemia, fu il rapper americano Travis Scott che fece registrare ben 12 milioni di utenti per il suo virtual show, gratis in quel caso, chiamato “Astronomical” che si è tenuto presso le Sabbie Sudate sull’isola della Battle Royal dentro al gioco Fortnine e che ebbe un grandissimo seguito anche sull’altra piattaforma per gamers Twitch.

Dovremmo abituarci a vedere i concerti in qualche altra isola virtuale sperduta su qualche videogioco per ragazzini? Darci appuntamento con gli amici in salotto, aprire una App e vedere cosa ci propone la Coca-Cola il venerdì sera? Chi può saperlo, ma, soprattutto, chi può impedirlo.

Già, perché se questi sono i numeri e gli interessi in ballo, difficilmente questo cambiamento epocale potrà arrestarsi. Magari si creerà una “diplomatica” convivenza col concerto reale, ma a quanto pare la strada è tracciata. Pare lo abbia capito anche Sony Music che si dice abbia aperto una divisone specifica.

Tralasciando ogni considerazione legata alla musica e al lato artistico della vicenda, considerazioni che prima o poi andranno comunque fatte, la domanda finale, rivolta agli addetti ai lavori, è però un’altra. In questo scenario così delineato, chi saranno i nuovi protagonisti e le nuove realtà tecniche che si occuperanno di produrre questi eventi? Quali le specializzazioni e le maestranze più richieste? Ed ancora quali tecnologie – e quindi possibili nuovi business – saranno impiegate e con quali costi?
Ancora presto per definire tutto ciò, ma di certo, un po’ ad intuito, la rete, i servizi IT, blockchain e più in generale la Cyber security saranno quanto mai importanti nel gestire l’enorme mole di dati, gli utenti, le transazioni etc. etc., ancor prima che piazzare una decina di videocamere sul palco e sugli artisti per offrire all’avido pubblico le inquadrature più improbabili e accattivanti…

Aldo Chiappini
Editor-In-Chief

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