Emergenza chiusure! Che fare?

Come responsabile di questa testata editoriale ho sempre cercato di mantenere un certo controllo evitando di esternare in maniera irruente e repentina pareri, idee ed opinioni.
A maggior ragione in questo periodo non credo sia né saggio né funzionale agitare gli animi o, peggio ancora, ricercare facili consensi rifugiandosi in commenti banali e ricchi di retorica.

All’ennesimo DPCM  del 25 ottobre 2020 però, proprio non si può non ribattere.
Pur evitando di entrare nel merito del decreto appena emanato nella sua impostazione generale, su un punto almeno bisogna riflettere, ed il mio ruolo di “osservatore privilegiato”, mi impone di lanciare quantomeno il sasso, nella speranza di avviare un dibattito condiviso e utile alla causa.

Chiudendo in maniera definitiva teatri, cinema, congressi (che come ricorda su Repubblica proprio oggi il regista Bellocchio “nemmeno sotto le bombe si è arrivati a tanto…”) e, manco a dirlo, fermando ciò che rimaneva degli spettacoli da vivo,

si rinuncia ancora una volta in maniera netta alla cultura condannando inesorabilmente un settore – ampio ed importante – che già da tempo è fermo e senza possibilità di ripresa. Un ennesimo stop che, ahimè, non tutti riusciranno a sopportare!

Si chiude, senza se e senza ma, evitando e scartando con astuzia qualsiasi dialogo con le parti in causa ed evitando di affrontare un problema che necessiterebbe azioni mirate, strategie intelligenti e funzionali.
Si chiude senza uno straccio di progettualità sul futuro, senza tracciare un cammino che sia chiaro, percorribile e costruito sulla base di tutto ciò che in questi mesi, a fatica, abbiamo imparato e, quando possibile, abbiamo applicato con successo.
Sulle forme di “sussistenza” alle quali si fa menzione nel decreto poi, nemmeno concediamo un commento, per rispetto a tutti coloro che ancora ad oggi non hanno ricevuto nulla, se non briciole.

Comprendo che in questo preciso momento – che non è comunque paragonabile all’emergenza di marzo –  possa essere difficile stabilire a priori delle date, ma il nostro settore ha dato prova inequivocabile che, nonostante tutto, molti eventi e molte location sono luoghi sicuri e possono essere controllati in maniera professionale e puntuale certamente con più efficacia e metodo che non un centro commerciale, che è stato invece al centro di uno dei nodi più dibattuti di questi decreto.

Un teatro, un cinema o un auditorium hanno entrate ed uscite chiare, in cui i flussi di persone possono essere ben gestiti e incanalati. Hanno sedute “obbligate” e per questo motivo possono essere garanzia di distanziamento sociale, molto più che le hall e di un centro commerciale affollato la domenica.

Abbiamo dato prova di saper affrontare anche la logistica di afflusso e deflusso delle persone in un luogo deputato all’evento, un aspetto quest’ultimo che a ben vedere non dovrebbe essere di nostra diretta competenza…
Con #bauliinpiazza, è stata data ulteriore prova di “maturità” e di professionalità. Una manifestazione  anni luce avanti in fatto di organizzazione e controlli rispetto ai numerosi – e mi domando quanto utili – comizi di piazza più o meno ufficiali che abbiamo visto tutti questa estate in giro per l’Italia.

In un’Italia dove sulla stampa nazionale i termini più usati sono “pandemia” “preoccupazione” “morti” “pericolosità”, mi chiedo quindi se un film, una piece teatrale, un concerto di musica classica o un trio jazz se abbiamo paura che si contagi l’intera orchestra, non avrebbero potuto aiutare questo Paese ed il suo popolo già in forte difficoltà economia  e moralmente a terra.
Come se non bastesse AGIS ha peraltro confermato recentemente quello che sospettavamo, e cioè che gli spettacoli dal vivo sono un posto sicuro! (fonte AGIS https://www.agisweb.it/coronavirus-lo-spettacolo-dal-vivo-luogo-sicuro-dalla-riapertura-un-solo-contagio-su-350mila-spettatori/).

Ma allora, direte voi, cosa possiamo fare concretamente per farci ascoltare? Voglio provare, nel mio piccolo, essere proposito.
Credo che il nostro “problema” sia un problema di comunicazione, interna e soprattutto verso l’esterno. In questi mesi ho visto molte persone affannarsi e dedicarsi con passione e dedizione ad iniziative lodevoli, anche se non sempre funzionale e di successo.
Mi sono reso conto io stesso insieme ai miei colleghi di come spesso ci fosse scarsa coordinazione e conoscenza delle varie azioni e, ancora più evidente, come sia stata carente la comunicazione verso il  mondo esterno che non è fatto di addetti ai lavori e altrettanto spesso fatica a capire chi siamo e cosa facciamo.
Perché quindi non istituire un piccolo “centro nevralgico”, una specie di ufficio stampa che si faccia carico di intercettare tutte le realtà, farle dialogare tra di loro e, ancor più importante, produrre un flusso di documentazione costante e coordinato così da divulgare i vari comunicati al mondo esterno per spiegare a chi ha dimostrato di non conoscere cosa si può fare, come e soprattutto perché.

Voglio ben sperare che tra tutte le maestranze al momento purtroppo senza lavoro, ci siano persone in grado di gestire un compito del genere, relativamente semplice considerando che normalmente siamo in grado di occuparci e coordinare produzioni da 15 bilici e informare tempestivamente 500 persone a volta!
Questo è solo un primo passo, certamente non risolutivo, ma a mio avviso di grande aiuto per concentrare gli sforzi in un’unica direzione e cercare di presentarsi al mondo esterno con la stessa professionalità e la stessa autorevolezza con le quali svolgiamo giornalmente il nostro prezioso lavoro, un lavoro che permette, peraltro, anche a telegiornali, programmi televisivi e dirette esterne di andare in onda…

Aldo Chiappini
COO & Editorial Manager

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